Vittima, vittimologia e vittimalistica

Vittima, vittimologia e vittimalistica

Vittima è la persona fisica che ha subito un pregiudizio fisico o mentale, sofferenza psichica, danni materiali causati da atti od omissioni che costituiscono violazione del diritto penale (Consiglio Unione Europea, 2001), oppure vittima è una persona che subisce una mortificazione in termini di dignità umana (Bisi, 1996, pag. 104). Degni di nota anche i momenti significativi che distinguono, secondo E. Viano (1989) il passaggio allo status di vittima:

  1. Presenza di un danno.
  2. Percepirsi come vittima.
  3. Cosa fare: decidere se confidare ad una persona di fiducia o denunciare penalmente.
  4. Riconoscimento della comunità.

Vittima è anche un individuo o gruppo che viene sottoposto a maltrattamenti e sofferenze di diverso genere attraverso meccanismi proiettivi (capro espiatorio) o attraverso vissuti ingiustificati sul piano di realtà. La condizione di vittima, in prospettiva allargata, è però anche una forma di simulazione per ottenere vantaggi di qualsiasi genere.

Nell’ordinamento italiano, il termine vittima non compare, sebbene possano apparire ricorrenti espressioni tipo “l’offeso”, “persona offesa”, “persona offesa dal reato”.

Gli studi scientifici sulla vittima, in realtà, sono molto scarni sino ai primi anni ’70 ma si ha un’immediata inversione di tendenza con il diritto di indennizzo pubblico con cui la comunità e quindi lo Stato, indennizza la vittima di violenza. La vittima non è più soggetto predestinato quindi, a causa di condotte particolari, stili di vita o caratteristiche personologiche, ma il rischio di vittimizzazione può essere inteso in senso più ampio, poiché può colpire tutti. Tutti possono essere vittime di atti criminosi.

La vittimologia, oggi, partendo da Gulotta, può essere considerata una branca della criminologia che ha per oggetto lo studio della vittima di un reato, della sua personalità e delle sue caratteristiche bio-psico-sociologiche, nonché delle relazioni con l’autore del reato e del ruolo nella criminogenesi e nella criminodinamica. Al contempo, essa studia la personalità della vittima e le sue caratteristiche a scopo diagnostico, preventivo, riparativo. Non è un caso che essa studi anche le varie reazioni durante l’evento criminale.

La vittimalistica (Penna, 2014), invece, è un approccio della criminalistica applicato alla vittima del reato, non sopravvissuta e sopravvissuta. La sua testimonianza risulta di strategica utilità per la ricostruzione dei fatti. La vittimalistica valorizza, quindi, tutte le informazioni che la vittima stessa può fornire. Si apre, in tale prospettiva, un vero scenario psicologico e investigativo.

La vittimologia, come già espresso, ha il grande merito di aver messo in evidenza la figura della vittima non solo come soggetto passivo, integrando i fattori predisponenti con i fattori scatenanti e le variabili individuali con quelle situazionali, superando quindi una mera eziologia statica.

Dalla vittimizzazione derivano principalmente due tipi di danno. Un danno primario, che deriva dal fatto lesivo e che dà luogo ad una vittimizzazione primaria e un danno secondario che genera un effetto di vittimizzazione secondaria.

La vittimizzazione primaria si riferisce a tutte le conseguenze di natura fisica, psicologica, economica e sociale prodotte direttamente dal reato subito. Non si considera quindi solo un danno materiale, poiché nella vittima insorgono stati di disagio e malessere fino a determinare uno stato psichico di stress, in risposta a quanto vissuto e subito. Purtroppo, sovente la vittima subisce in modo indiretto tutta una serie di altri danni e si trova in situazione di privazione di diritti, sprovvista di potere durante i processi penali, soggetta anche a sentenze inique o casi di proscioglimenti o sanzioni miti. Se aggiungiamo il poco appoggio in termini di supporto e sostegno per quanto accaduto, essa si ritrova in una condizione di vittimizzazione reiterata. Si passa, presto ad una vittimizzazione secondaria che indica appunto le conseguenze negative che la persona deve subire, sul piano emotivo e relazionale, in rapporto all’impatto della giustizia penale. Ciò si manifesta soprattutto nei confronti delle vittime vulnerabili. “La vittimizzazione secondaria esperita durante l’avventura giudiziaria potrebbe influire negativamente sugli altri ambiti della sfera personale e psicologica, come l’autostima, la fiducia nel futuro, in un mondo migliore e nella giustizia” (Paternostro, 2014, pag. 30.)

In Italia, la riforma del processo penale del 1989 che ha trasformato il processo da inquisitorio in accusatorio, appare ancora poco idonea a soddisfare le diverse esigenze connesse ad una vera e propria rielaborazione della ferite e della ricostruzione di un sentimento di fiducia di cui la persona, cittadino e vittima necessita (Paternostro, 2014, pag. 29-32).

La colpevolizzazione della vittima, secondo quanto emerge dalla letteratura specialistica, rimane comunque un tema controverso, sebbene, parallelamente, si sia sempre più sottolineato anche il ruolo dei fattori ambientali. Inoltre, la predisposizione della vittima o la colpa può essere una forma di errore di attribuzione fondamentale. In realtà, la supposta predisposizione potrebbe essere legata ad un modello che descrive la cattiva interpretazione dell’aggressore sul comportamento della vittima. Ciò è alla base della teoria dell’interazionismo simbolico che di fatto, non solleva l’aggressore dalle sue responsabilità (Schneider, 2001; Hickey, 2006).